MACCHINE DEL TEMPO

ISTRUZIONI D'USO

 

Vediamo con un semplice esempio come potrebbe funzionare concretamente una macchina del tempo. Ammettiamo che presso le Università di Milano e di Bologna si sia riusciti a produrre i forti campi gravitazionali dentro i quali possono aprirsi i tunnel capaci di connettere due regioni del nostro Universo passando attraverso una quinta dimensione. Le due regioni sia appunto Milano e Bologna, che sono lontane fra loro circa due ore in un normale viaggio in auto sull'autostrada.

I ricercatori bolognesi hanno ricevuto l'incarico di accelerare l'estremo del wormhole ad altissime velocità e in qualche modo (non ci interessa quale) ci riescono. Così facendo, sono in grado di verificare che un orologio solidale con l'estremo accelerato batte il tempo molto più lentamente dell'orologio del laboratorio come vuole la teoria della relatività. Ad esempio, per fissare le idee, diciamo che dopo un trattamento-standard durato quattro ore nel tempo del laboratorio ed iniziato alle ore 10, l'orologio del laboratorio segna le 14, mentre quello appena dentro l'imbocco del wormhole segna le 11, avendo accumulato un ritardo di ben tre ore.

Si noti che gli orologi presenti nei laboratori di Milano e Bologna, fermi l'uno rispetto all'altro, non hanno alcun motivo per segnare un'ora diversa. Similmente, due orologi posti all'interno del wormhole saranno perfettamente sincronizzati e così pure lo sarà un orologio dentro l'imbocco milanese del tunnel con quello del rispettivo laboratorio perché l'estremità milanese del wormhole è rimasta a riposo.

Ed ora ha inizio l'esperimento. Un ricercatore parte da Milano in auto alla volta di Bologna a mezzogiorno preciso. Intanto, a Bologna il trattamento-standard a base di accelerazioni e velocità relativistiche è cominciato già alle ore 10. Dopo due ore di viaggio il ricercatore giunge a Bologna e viene introdotto nel wormhole. Fuori, nel laboratorio, sono le ore 14; dentro, per quanto si è detto in precedenza, sono le 11. L'attraversamento del tunnel da Bologna a Milano, grazie alle proprietà particolari dello spazio-tempo dentro un wormhole, è questione di pochi secondi: così, quando il ricercatore sbuca nel suo laboratorio milanese l'orologio dell'ufficio segna le 11, giusto un'ora prima di quando si è messo sulla strada per Bologna. Il viaggio all'indietro nel tempo si è concluso!

Questo esito, che per come viene presentato pare confacente alle leggi fisiche, rappresenta evidentemente un assurdo logico. Supponiamo che infatti il ricercatore prima della partenza stesse sdraiato in pigiama su un lettino per rilassarsi; alle 11h 30m finalmente si alza ed indossa una speciale tuta, un capo unico e del tutto particolare; alle 12 parte per la sua avventura. Quando rispunta a Milano sono le 11 e a questo punto chi ci capisce è bravo: anzitutto, entra nel laboratorio e vede se stesso ancora sdraiato in pigiama sul lettino: neppure S. Antonio da Padova, che i devoti dicono avesse il dono dell'ubiquità, avrebbe potuto tanto. Presente nello stesso luogo in duplice copia! Strabiliante.

Il classico paradosso temporale: il viaggiatore nel tempo incontra se stesso nel passato.

Ma il bello è ancora da venire. L'"esemplare" in pigiama, come da copione, alle 11h 30m si alza, cerca la sua tuta e non la trova perché è indossata dall'altro (altro?). Il ricercatore si impunta: senza la mia tuta non mi muovo. Testardo come un mulo, non si lascia convincere da nessuno e alle 12 rifiuta di partire per Bologna. Ora il punto è: se l'esperimento è andato a monte, come è possibile che nei laboratori milanesi circoli trionfante il reduce dell'impresa?

Ogni racconto di fantascienza che si rispetti e che tratti di viaggio nel tempo si scontra sempre con paradossali incongruenze di questo tipo che ne diventano i leitmotiv; in genere, in versione cruenta e drammatica, con il viaggiatore che, ignaro, ammazza un proprio avo. Già, ma allora come fa ad essere al mondo?

È un caso classico di "violazione della causalità" che il nostro buon senso si rifiuta di accettare. Noi crediamo fermamente che gli effetti non possano precedere le cause e che anzi siano da queste determinati. Se non ci fosse questa convinzione non varrebbe la pena di ammattirsi a scovare le leggi che regolano la natura, la quale si comporterebbe in modo del tutto imprevedibile, mentre invece uno degli scopi della scienza è proprio quello di poter fare previsioni credibili sullo sviluppo futuro degli eventi e dei fenomeni.

Il concetto di causalità, e della sua non-violazione, è il filo rosso che segna, pur con sfumature diverse, tutta la storia della scienza e della filosofia occidentale da Aristotele ai nostri giorni, passando attraverso Galileo, Cartesio, Hume, Kant, Laplace, Mach, Einstein, Born e le varie interpretazioni della meccanica quantistica. È un concetto che si è profondamente evoluto, dalla causalità come necessità metafisica di Aristotele, alla causalità come essenza stessa dell'universo meccanicistico di Laplace, alla più sfumata e fluttuante causalità statistica della fisica quantistica. In ogni caso, quello della dipendenza fisica tra i fenomeni che si osservano avvenire con interscambio di energia ed informazione è un postulato che sta alla base di ogni indagine scientifica e filosofica del mondo, che ne rappresenta l'anima e lo scopo e al quale difficilmente potremmo rinunciare. Gli esperimenti come quello proposto, del tutto ipotetici ma non fantastici, nel senso che sembrerebbero teoricamente fondati, indicano con le loro conclusioni paradossali che c'è qualcosa che non va: può essere che nel modo in cui sono stati immaginati (modo che è stato ripreso da autorevoli riviste professionali) si è introdotto un errore logico che ora sfugge; il trovarlo può insegnare molte cose. Forse invece è qualcuna delle leggi fisiche utilizzate che reca in sé il tarlo della contraddittorietà: ma quale? Come si vede queste speculazioni al confine con la fantascienza sono tutt'altro che futili trastulli di menti geniali ma un po' bambine.

E se il problema fosse proprio nel postulato della causalità?

I numerosi errori del passato ci hanno resi particolarmente vigili e sensibili verso le insidie rappresentate dai dogmi metafisici; tuttavia ci pare che il postulato della causalità abbia uno status obbiettivamente diverso da quello di un dogma.

Eliminandolo si rischia semplicemente di restare senza più alcun criterio di decisione tra il vero e il falso. E questo di certo non sarebbe un buon risultato. 

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